Friday, December 22, 2000

LA RIVOLUZIONE BLUETOOTH ALLA PROVA DEL FUOCO 20001 (rep.it, 001221)

ROMA - Dopo una schermaglia lunga due anni di annunci e controannunci, si capirà finalmente se "Dente blu" comincerà a mordere sul serio o se andrà archiviato nella mesta categoria delle "molto promettenti tecnologie". "The Economist" dedica al sistema di comunicazione senza fili tra apparecchi elettronici la copertina del suo speciale hi-tech di fine anno: "Vale la pena aspettare Bluetooth?" titola il settimanale, mettendolo in testa alle invenzioni che potrebbero "minacciare il vecchio ordine industriale".

E per la prima volta, questo Natale, anche i consumatori italici hanno l'opportunità di imbattersi in prodotti che lo contengono: vari modelli di telefonini Alcatel, per esempio, riportano nelle loro specifiche tecniche, al posto degli infrarossi, la sigla "BT" come sistema di comunicazione con Pc, agende elettroniche,stampanti e quant'altro. E anche Nokia ha messo in vendita una scheda Bluetooth per far comunicare,senza fili, un portatile con innumerevoli altre periferiche . Seguirà un auricolare senza fili, nuovi modelli Ericsson e molto altro ancora. Vale la pena, quindi, fare la conoscenza del nuovo standard, anche per valutare se valga o meno la pena pagare l'eventuale differenza di prezzo che averlo comporta.

L'etimologia, per cominciare. Bluetooth - Dente Blu, appunto - era il cognome di Harald, re vikingo del X secolo, artefice dell'unificazione geografica tra Danimarca e Norvegia. E proprio per la vocazione a unire mondi diversi il nome è stato usato per descrivere il sistema di frequenze radio lanciato, nel '98, da un consorzio capitanato da Ericsson di cui fanno parte Ibm, Intel, Nokia e Toshiba.

Il problema è noto: la quantità e la diversità degli apparecchi elettronico-informatici ha fatto crescere a dismisura i cavi e i problemi di compatibilità per far "comunicare" l'uno con l'altro. Un primo abbozzo di soluzione sembrava arrivare dagli infrarossi che abolivano i cavi, pur con varie limitazioni: la velocità di trasmissione dei dati era bassa, i due apparecchi non dovevano essere più lontani di pochi centimetri e niente doveva ostruire il persorso tra le due celle comunicanti.

A ovviare a tanta laboriosità doveva pensarci Bluetooth. Intanto la sua velocità di trasmissione è altissima (sino a 1 Megabyte al secondo) e, soprattutto, la distanza alla quale la comunicazione può avvenire è molto più grande, comprendendo un raggio di una decina di metri. Non solo: gli apparecchi dotati di chip Bluetooth formano tra di loro, spontaneamente, delle piccole reti locali. Non c'è bisogno infatti di configurazioni particolari e di avviare la connessione: un apparecchio Bluetooth riconoscerà, automaticamente, quando altri suoi "simili" saranno nei paraggi senza dover fare alcunché. Esempio: una persona con un'agenda elettronica dotata del "dente" riceverà informazioni dagli altri con apparecchi analoghi che gli passeranno vicini oltre che quelle emesse da particolari chioschi (con gli orari dei treni nelle stazioni, con le notizie di attualità, con le quotazioni di Borsa e così via). E ancora, con apparecchi abilitati, si potrà mandare un documento in stampa da una stanza all'altra (senza cavi) o trasferire le foto dalla macchina digitale al Pc o molto altro ancora.

Chi utilizza macchine diverse (Windows e Mac, per dire) o ha provato a collegare apparecchi digitali di marche diverse conosce la frustrazione dell'incomunicabilità: è per questo che la nascita di Bluetooth fu salutata come "rivoluzionaria". Enormi aspettative che, di ritardo in ritardo, hanno provocato a loro volta crescenti delusioni. Uno dei responsabili principali è noto: il costo della materia prima. I chip BT sono ancora troppo cari (25-50 dollari dollari l'uno secondo l'Economist, 15 di media per uno studio Merrill Lynch contro i 5-2 dollari che si dovrebbero raggiungere entro il 2004) per diventare prodotto di massa. E poi c'è la vecchia questione dell'uovo e della gallina: perché pagare un extra per una stampante abilitata BT quando non ci sono laptop da cui inviare, via BT, delle pagine da stampare?

Al di là dei telefonini, altri marchingegni atterreranno quest'anno sugli scaffali dei negozi. E nessuno se la sente di ridimensionare la portata di un sistema che potrebbe costituire l'esperanto dell'elettronica di consumo e realizzare la promessa di un'Internet veramente mobile. Solo, chiosa realistico lo speciale britannico, "la rivoluzione wireless sta arrivando, ma non così velocemente come i rivoluzionari vorrebbero".

(21 dicembre 2000)
VITTIMA DEGLI STRAORDINARI, IL TRAVET COMPRA DALL'UFFICIO (rep.it, 001219)

ROMA - Niente più "il dottore è fuori stanza". Funzionari, quadri, semplici dipendenti non hanno più bisogno di assentarsi dall'ufficio per acquistare il pane, passare dalla farmacia o scegliere il regalino per l'anniversario del matrimonio: pur fisicamente alla scrivania, gli occhi fissi sullo schermo del computer, potranno in verità trovarsi nei corrispettivi elettronici di quei negozi e comprare, comprare, comprare. Ovvio che, sapendolo, i datori di lavoro potranno non prenderla bene. Ma è un fenomeno in crescita e di difficile arginamento.

Lo chiamano il "prime time" del commercio elettronico e - prendendo in prestito la metafora delle ore di punta della programmazione televisiva - si riferiscono al periodo che va da mezzogiorno alle 5 di pomeriggio. "Se chiedete a qualsiasi negoziante online - spiega infatti Marissa Gluck, analista di Jupiter Research - vi spiegherà che i picchi del loro traffico si registrano tra la fine della mattinata e quella del pomeriggio. Non è difficile concludere, quindi, che la gente fa la maggior parte degli acquisti nell'orario di lavoro".

Solo in America quelli che si collegano dall'ufficio sono già 43 milioni, un numero destinato a crescere del 46 per cento (sino a 63 milioni) entro il 2005. E le stime dei lavoratori statunitensi che acquisteranno online durante le festività, secondo WebSense, parlano di 24 milioni di persone. Tutto, d'altronde, congiura ad alimentare la loro smania consumistica: la connessione aziendale è sempre attiva ed è decisamente più rapida di quella di casa, e poi gli ordinari "straordinari" della Nuova economia quasi obbligano a organizzaare la propria vita privata dal posto di lavoro.

"Navigare alla ricerca dei regali di Natale - sostiene Sean Kaldor, vice presidente dell'e-commerce alla Netratings, che si occupa di rilevamenti - sta diventando l'equivalente della pausa caffè per molti impiegati". D'altronde, nota Jeremy Singer di Abilizer, una compagnia specializzata nel costruire siti Web aziendali per i dipendenti, "le compagnia chiedono ai loro assunti di lavorare sempre più a lungo e anche durante i weekend" ed è normale che si rivolgano alla Rete per rimediare a questo deficit di tempo.

Il colosso delle telefonia Ericsson, ad esempio, ha previsto dentro al suo sito aziendale un canale shopping con vari negozi convenzionati che vanno dagli alimentari all'abbigliamento ai giocattoli per i figli. "Tiene alla loro scrivania i dipendenti - approva l'analista Gluck - che non hanno a disposizione una pausa pranzo di due ore nella quale uscire e fare compere". Ma non tutte le compagnie hanno un'attitudine così comprensiva: un sondaggio su 670 datori di lavoro svela che il 15 per cento degli intervistati ritiene che neanche un minuto del tempo di lavoro dovrebbe essere impiegato per navigazioni private, mentre il 35 per cento è disposto a tollerare tra 10 e 30 minuti al giorno. E scoprire quali sono le destinazioni frequentate dagli impiegati è sempre più alla portata dei "capi": la società di ricerca Vault.com assicura che, negli Stati Uniti, ben il 42 per cento dei datori di lavoro monitora con software specifici l'attività internettiana dei propri sottoposti.

Di fronte a tale offensiva, anche i siti di commercio elettronico si sono fatti sempre più furbi e discreti: con meccanismi tipo Amazon 1-Click e il Microsoft Passport, che tengono in memoria i dati del cliente, non c'è neanche più bisogno di tirare fuori la carta di credito per leggerne gli estremi, la prova provata che non si stava proprio concludendo quell'urgentissimo compito che il capufficio ci aveva affidato.

(19 dicembre 2000)

Monday, December 18, 2000

VENDITE NATALIZIE DIMEZZATE, ETOYS RISCHIA IL FALLIMENTO (rep.it, 001218)

ROMA - La super-svendita di Natale promette sconti fino al 75 per cento: la Barbie Celebration, ad esempio, passa da 34 dollari e 99 a 20 (risparmio del 43 per cento) mentre la versione Gialla dei Pokémon per Game Boy crolla da 29 e 99 a 14 e 99, con una riduzione secca di metà del prezzo originario. E' il canto del cigno di EToys, uno dei più noti e promettenti negozi online che, di fronte a vendite natalizie per il momento disastrose, ha deciso di tentare il tutto per tutto o chiudere.

"Senza nuovi finanziamenti - hanno fatto sapere dal quartier generale di Los Angeles del grande emporio di giocattoli - esauriremo le scorte finanziarie entro il 31 marzo". Si ignora il numero esatto dei licenziamenti che scatteranno dopo le feste, ma si tratterà di una cifra molto importante. E in molti leggono, nel tracollo della compagnia, la prima palla di una slavina che potrebbe fare molte altre vittime.

Che EToys non stesse bene, dopo gli osanna che l'avevano presentata come "caso di studio" della Nuova economia, si sapeva ma se le festività fossero state brillanti forse il peggio si sarebbe potuto evitare. Tutto è andato nel peggiore dei modi possibili, però: per risollevare le sorti le vendite avrebbero dovuto essere nell'ordine dei 210-240 milioni di dollari mentre - hanno ammesso mestamente venerdì scorso - saranno, al meglio, intorno ai 130 milioni, vale a dire impercettibilmente superiori ai 106,8 milioni dell'anno scorso. Per non dire delle perdite operative che adesso si stimano nei pressi del 55-65 per cento del fatturato, contro il 22-28 per cento in cui si era sperato. In nessun caso la realtà ha tenuto fede alle previsioni.

Adesso gli esperti indicano i tanti errori, le debolezze strutturali che hanno portato all'attuale patatrac. "Hanno fatto investimenti molto, molto forti, costruendo ex novo addirittura un centro di distribuzione per essere in una posizione dominante rispetto alla concorrenza" ha commentato Philip Sanderson, un venture capitalist della walden VC di San Francisco. Si sono indebitati troppo, insomma, hanno fatto il passo più lungo delle gamba contando sull'euforia generale, che a un certo punto è sparita. Aggiungete questo al generale rallentamento dell'economia - "Gli alti prezzi dell'energia pesano, la disputa presidenziale non è stata un fattore da poco" ha ricordato il portavoce Gary Gerdermann - e il risultato viene da sé.

Per tentare il miracolo finale da EToys si sono rivolti ai maghi di Goldman Sachs affinché "esplorino ogni strategia alternativa". La risposta, quale che sia, deve arrivare presto. Intanto sull'home-page del sito si tranquillizza che ogni ordine fatto entro il 20 dicembre arriverà puntuale sotto l'albero. Il regalo in cui sperano i piani alti della compagnia, invece, potrà materializzarsi anche agli inizi dell'anno nuovo ma dovrà essere un assegno con tanti zeri per evitare la più triste morte per quella che era stata definita la "destinazione più giocosa del Web"

(19 dicembre 2000)

Sunday, December 17, 2000

ARRIVANO LE CARTE PREPAGATE (rep.it, 001217)

Il Grande Ostacolo potrebbe avere i giorni contati. La paura di usare in Rete la propria carta di credito che ha sinora tenuto lontani gli italiani dal commercio elettronico ha sempre meno ragione di esistere, dal momento che si moltiplicano le forme alternative di pagamento sul web. Carte prepagate, essenzialmente, che non offrono alcuna breccia sul vostro conto corrente. L'ultima annunciata (partirà da martedì 20 dicembre) è "Monetaonline", di Banca Intesa. Con un costo di 30.000 lire il cliente attiverà il servizio sul sito www.monetaonline.it, digitando il codice e la password che gli sono stati assegnati. Potrà così effettuare pagamenti richiedendo quindi una carta di credito virtuale, che può essere del tipo "usa e getta", a tempo limitato oppure a importo massimo prefissato.
"Chiamoecompro" è invece la carta multifunzione realizzata da Albacom e Tell, in collaborazione con la Deutsche Bank (che, insieme a Omnitel, aveva presentato all'ultimo Smau, la prima delle prepagate italiane, "OmniPay", www.omnipay.it). Multifunzione perché consentirà di telefonare, navigare in Internet a una tariffa di 25 lire al minuto e, appunto, fare acquisti in rete con sicurezza. Sarà disponibile agli inizi dell'anno prossimo.
Anche "Carta Facile" (www.cartafacile.it) va attivata via web, al costo di 5 mila lire, con un Pin da 5 cifre. La carta sarà acquistabile presso banche e rivenditori autorizzati e potrà essere spesa nei negozi convenzionati (le convenzioni, ancora in corso, hanno ritardato il lancio di alcuni mesi).
Sistema diverso è infine quello adottato dalla "Movercard" (www.mover.it), una carta simile a un bancomat cui viene applicato un chip e che viene collegata al computer tramite uno speciale lettore. E' questo che dirotta la transazione sul sito Mover che associa il Pin della card al conto corrente del suo titolare, facendo transitare i dati non sul web ma attraverso lo stesso tipo di linea che collega il negozio alla banca quando si fa un acquisto con una normale Visa o Mastercard. Fino al 31 dicembre la carta e il kit per utilizzarla sono gratuiti. (r.sta.)
(17 dicembre 2000)
RESISTE LA LEGGE DI MOORE (rep.it, 001212)

ROMA - Se il vecchio Gordon Moore si fosse sbagliato, adesso il giornale elettronico che state leggendo non esisterebbe e non saremmo qui a raccontarvi le "magnifiche sorti e progressive" dell'era digitale. E invece la previsione del co-fondatore dell'Intel sul "raddoppio, ogni anno, della capacità di calcolo dei microprocessori" ha sostanzialmente tenuto - consentendo ai pc di diventare sempre più potenti, piccoli ed economici - e continuerà a farlo anche nei prossimi 5-10 anni.

Questo, almeno, hanno assicurato ieri, a San Francisco, gli ingegneri dell'Intel in occasione della presentazione del transistor più piccolo del mondo che misura 30 nanometri (ovvero 30 miliardesimi di metro) e costituirà la base per nuovi chip che potranno contenerne ciascuno sino a 400 milioni e "gireranno" alla sconcertante velocità di 10 GigaHertz. Per farsi un'idea della scala dell'evoluzione basti pensare alle attuali specifiche del più veloce nato di casa Intel, il Pentium 4, che contiene 42 milioni di transistor e ha una frequenza di 1,5 GigaHertz.

"Cosa si riuscirà a fare con computer dai "motori" così potenti è ancora difficile prevedere - spiega l'ingegner Mario Guarnone, business developmente manager di Intel Italia - ma le potenzialità sono enormi: ad esempio si potranno tradurre conversazioni da una lingua all'altra in tempo reale o setacciare, a velocità oggi inimmaginabili, banche dati molto complesse rintracciando al volo l'informazione che ci serve".

Ma l'aumento di velocità non va inteso in maniera lineare, come quello delle automobili. "Non significa necessariamente - prosegue Guarnone - che i pc, passando da 1,5 a 10 Ghz, eseguiranno le medesime operazioni con una rapidità 7 volte superiore perché una buona parte della potenza supplementare viene assorbita da funzioni che prima non era nemmeno possibile compiere" come la visualizzazione di video a risoluzioni altissime, la resa della grafica e altri calcoli particolarmente pesanti.

Ma l'affermazione di ieri, in California, è importante soprattutto per la conferma della validità della "legge di Moore", ignota al grande pubblico ma essenziale per lo sviluppo della società internettiana. A più riprese, negli anni, la sua tenuta era stata messa in dubbio. Nel 1965, quando Moore l'aveva enunciata, aveva parlato di raddoppio ogni 12 mesi. Con il passare del tempo l'ottimismo aveva dovuto essere ritoccato al ribasso e l'arco di tempo era passato a 18 mesi. Oggi, nella pagina che il sito dell'Intel le dedica si parla di "un trend avveratosi in maniera rimarcabilmente accurata" ma spostando l'intervallo ogni 18-24 mesi. Si diceva che i transistor non avrebbero potuto continuare a rimpicciolirsi all'infinito, che si sarebbe raggiunta una barriera fisica che avrebbe smentito la legge. Per altri due lustri, almeno, non sarà così e i pc del Natale 2001 faranno sembrare - come al solito - quelli delle imminenti festività delle ansimanti caffettiere.

(12 dicembre 2000)
KING: "PERCHE' HO SMESSO DI PUBBLICARE THE PLANT" (rep.it, 001213)

ROMA - Dollaro più, dollaro meno, l'avventura editoriale di Stephen King su Internet gli varrà alla fine l'equivalente di oltre due miliardi di lire. Dei bei soldini per un racconto interrotto e venduto online da luglio a dicembre in cinque distinti capitoli. Ma se non volete far inferocire il suo autore non ditegli mai - il titolo di questo pezzo rischia grosso, ma la semplificazione giornalistica ha le sue regole - che "The Plant" è stata troncata sul più bello ("è stata messa in pausa") o che il re dell'horror l'aveva usata per testare la praticabilità della vendita diretta dei suoi romanzi.

Con la sesta puntata di dicembre finisce il racconto della pianta sovrannaturale e famelica che cresce fuori controllo in una casa editrice. Centoventimila lettori paganti da tutto il mondo avevano scaricato il primo capitolo, solo 40 mila il quinto (molti dei quali senza versare il dollaro debito). Al che King ha fatto sapere che si era arrivati al capolinea, doveva finire altri libri e di "The Plant" si sarebbe riparlato in data da destinarsi. Prima i soldi certi dei romanzi in brossura, poi quelli incerti di quelli in bit. Polemiche a non finire sul senso che tale epilogo aveva per il futuro dell'editoria online, lettori che rimpiangevano sonoramente il denaro versato per una storia monca e via di seguito.

Tra tanto rumore, un piccatissimo King spiega la sua versione dei fatti.
Intanto non si è mai trattato di un business, ma di una cosa fatta per passione. "Gli editori e gli esperti - scrive l'autore nel suo sito -
commentarono l'esordio di 'The Plant' come la prova del mio sbarco nell'e-commerce con toni simili a quelli in cui, negli anni '40, si dette la notizia che Hitler puntava le sue truppe verso Est. Mentre io pensavo soltanto: 'Ho una cosa divertente tra le mani e lo spazio dove metterla: perché non montare uno show?'".

I soldi sono poi arrivati, ma pochi secondo gli standard del bestsellerista: "Non sono grossi numeri per il mercato editoriale attuale - dichiara King, pensando all'America e disconoscendo che il più popolare dei nostri narratori firmerebbe a vita per risultati del genere - ma 'The Plant' non è un libro. Si tratta solo di bit che galleggiano nel ciberspazio - anche se centinaia di migliaia di persone se lo sono stampato a casa - realizzati con nessun costo di stampa, né tagli editoriali né costi da sborsare agli agenti letterari. Il potenziale di profitto è quindi illimitato". Ma non è stata questa possibilità, in nessun momento, ad eccitare la fantasia dello scrittore.

Il vero test delle potenzialità commerciali di "The Plant" arriverà tra la fine di dicembre e gli inizi di gennaio, quando la Philtrum Press (la casa editrice di King) inizierà la vendita elettronica vera e propria del racconto, in tutte le sue sei parti, per il prezzo complessivo di 7 dollari. "Per questo, cari amici - avverte l'autore, chiudendo la sua spiegazione - avrete bisogno della vostra carta di credito... Mia mamma non ha allevato uno stupido".

(13 dicembre 2000)